L’educazione emotiva come base per una relazione armoniosa

Nella mia esperienza di educatrice, ho incontrato molti bambini e genitori. Soprattutto questi ultimi, mi richiedevano di risolvere magicamente i loro problemi relazionali con i figli.

Non esiste una bacchetta magica, purtroppo, ma c’è un filo conduttore per ogni forma di relazione: le emozioni, l’energia che spinge ogni essere vivente a fare qualcosa e a costruirsi il proprio mondo interiore. Per fortuna c’è un’immensa e recente letteratura pedagogica sull’emotività; ma partiamo proprio dalla base, da quella che Daniel Goleman, psicologo, scrittore e giornalista statunitense contemporaneo, chiama intelligenza emotiva, cioè quella capacità di riconoscere, utilizzare e gestire consapevolmente le proprie e altrui emozioni, nonché strumento che ci aiuta a vivere bene. Educhiamo fin dalla tenera età i nostri bambini a svilupparla. Per farlo, ci sono 5 piccoli step, quasi un mantra che dobbiamo ripeterci, soprattutto quando diventiamo genitori perché i figli sono dei bravissimi allenatori di emozioni.

1- Essere consapevoli delle proprie emozioni

Riferito non alle emozioni dei figli, ma a quelle del genitore. Se non sei consapevole delle tue emozioni, come farai a relazionarti con le emozioni degli altri? Quindi, bisogna avere una consapevolezza emotiva per aiutare i nostri figli a esprimere le loro emozioni, compresa la rabbia perché vedere litigi e vederli risolti, è molto meglio che non vedere nessun tipo di litigio.

2- Avere un giusto approccio alle emozioni dei bambini.

È comprensibile vedere il capriccio dei propri figli come un inconveniente irrazionale che andrebbe eliminato il prima possibile e spesso la chiudiamo con frasi che si riferiscono più all’identità del bambino piuttosto che alle azioni reputate scorrette. Meglio dire “ Per favore smettila di colorare i muri” piuttosto che dire “Sei un monello, non ti sopporto più!”, non specificando il motivo per cui non lo sopporti, ma sottolineando il livello identitario (sei un monello), il bambino finirà con l’identificarsi in questo. Invece, specificando il comportamento scorretto, si stilerà un catalogo condiviso di comportamenti non accettati dalla famiglia.

3- Ascolta in modo empatico e valida i sentimenti.

L’ascolto empatico, inteso prima di tutto come scendere al livello del bambino cioè, abbassarsi, piegarsi e cercare la relazione oculare con il bambino che così si sentirà più accolto. Inoltre, mentre si è lì che lo aiutiamo a chiarirsi, accettiamo tutti i suoi sentimenti, ma non per forza tutti i comportamenti. Deve, cioè, sentire il genitore effettivamente comprensivo e dalla loro parte, ma non per questo permissivo su ogni cosa. Quindi, in questo contesto ascoltare significa: aiutare i bambini a dare un nome alle loro emozioni. Esplicitiamo chiaramente l’emozione dicendo, ad esempio, “sei triste perché.., sei felice perché…”

4 – Dare un nome alle emozioni.

Questo aiuta i bambini a dare una forma a qualche cosa che inizialmente era spaventoso e scomodo, ma che ora invece, grazie alla parola, diventa più conosciuto e meglio definibile, quindi anche meglio gestibile. Diventa un qualcosa che ha dei chiari confini e che fa parte della vita di tutti i giorni.

5- Imposta i limiti e aiutali a risolvere il problema.

I limiti sono necessari, il rapporto genitore-figlio non deve essere una democrazia.

Una volta impostati i limiti del comportamento scorretto, allora si può cercare di risolvere il problema, ma deve farlo il bambino, grazie all’abilità che gli ha insegnato il genitore incoraggiandolo a proporre idee, guidandolo verso una soluzione che sia coerente con i valori della famiglia e lasciandolo agire autonomamente affinché si sviluppi in lui una grande capacità, la responsabilità.

Tiziana Casertano
Laureata in Scienze dell’educazione con indirizzo multiculturale