I molti modi di fare la guerra

Ho sempre trovato molto evocativo il titolo del libro in cui mi imbattei in uno dei miei esami universitari che aveva ad oggetto un tema finalmente nuovo per me, quello della comunicazione Nonviolenta (CNV), affrontato dall’autore Marshall B. Rosenberg.

Il titolo del libro è: Le parole sono finestre

(oppure muri).

Trascritto così, proprio come l’ho riportato, dove, il concetto di “muro” è blindato tra parentesi. Chiuso, arido e infecondo.

Già allora, mi parve che potesse aprirmi ad un mondo di scoperte e, ad oggi, con l’imperversare della guerra, ho ripensato a quel libro che sono andata a scovare e rileggere nelle sue parti fondamentali e a cui ho unito il libro di un’antropologa e biologa belga, DIFENDERSI SENZA AGGREDIRE di Pat Patfoort.

L’autrice discorre di un modello imperante in tutte le vicende bellicose delle nostre umane esistenze, il modello Maggiore-minore, secondo cui, esistono 2 posizioni possibili:

  • quella di colui che occupa una posizione Maggiore, dominante, di potere e di controllo su di un altro;
  • e quella di colui che occupa una posizione minore, di chi sottostà, subisce, incassa, perde.

Queste due posizioni sono incastonate all’interno di un modello rigido, dicotomico e che, alla presenza di un “vincitore”, sottende sempre quella di un “perdente”.

All’interno di questo modello verrà il momento in cui colui che versa nella posizione minore, mosso dal suo istinto di conservazione, sarà indotto a non restare bloccato all’interno di questa condizione di svantaggio e ad uscirne.

A tal scopo produrrà dell’energia, un’energia positiva e costruttiva, edificante nella misura in cui ha il fine di proteggersi e di difendersi.

Concepita, però, all’interno di tale modello potrà incanalarsi soltanto nella posizione avversaria, l’unica alternativa, che consisterà nel mettere se stessi in una posizione Maggiore che scalzerà di posto il contendente, relegandolo ad assumere la posizione minore e dando, così, ufficialmente inizio al primo meccanismo della violenza: l’escalation, una lotta nella quale ci sono due forze, armate una contro l’altra, dove accade che per difenderci, attacchiamo l’altro, da cui siamo stati precedentemente colpiti in un gioco cruento e potenzialmente senza fine.

Facciamo un esempio, quello tra un alunno e un suo insegnante abituati a confliggere. L’alunno provoca la sua docente, usando un linguaggio volgare che pone l’insegnante in una posizione minore.

La docente reagisce con una nota sul registro che, in quel momento, le conferisce una nuova posizione Maggiore e, così, l’alunno precipita ad occupare la posizione minore, alla quale, poco prima, aveva destinato la sua insegnante.

L’illusione insita nel meccanismo dell’escalation è di poter imporre la propria volontà.

In realtà, si sta soltanto provocando l’altro a mettersi in posizione Maggiore rispetto a noi, al prossimo giro di poker, al prossimo atto di un “copione relazionale” costellato di difese e di attacchi, di interruzioni e nuove riprese estenuanti e logoranti.

Esistono altri 2 meccanismi della violenza che si possono attivare e che mi accingo ad illustrare. Il secondo prende il nome di “catena” e, come già il nome sembra suggerire, coinvolge altre persone, inizialmente estranee al conflitto iniziale.

L’alunno dell’esempio sopra riportato può rinunciare a porre nuovamente il proprio insegnante in posizione minore e, al fine di difendere se stesso e di uscire dalla propria posizione minore, potrebbe scegliere di collocare se stesso in posizione Maggiore rispetto ad una terza persona, ad esempio il proprio compagno di banco, con cui avviare una lite pretestuosa, nella quale sfogare la propria rabbia su di un terzo soggetto, posto suo malgrado in posizione minore, al fine di sottrarre se stesso da questa condizione gravosa e non più tollerabile. Il malcapitato di turno ne subirà i danni e potrà, a sua volta, decidere di ingaggiare un’escalation con il suo aggressore, restituendogli il torto subito, oppure riversare le proprie ire su di un altro anello della catena, un quarto soggetto, contribuendo così ad allargare cerchio e propagando l’onta e le offese subite in un circolo vizioso eterno e indistruttibile.

C’è, infine, un altro modo di fare la guerra, più sottile, sotterraneo, invisibile agli occhi del mondo, e pertanto, ignorato. Eppure, devasta e procura ferite grandissime e laceranti.

È la guerra di coloro che non vogliono o che non sono riusciti a mettersi in posizione

Maggiore né rispetto al proprio avversario, né rispetto ad una terza persona.

In questo caso e se si conosce solo il modello Maggiore-minore, l’energia prodotta dal proprio istinto di autoconservazione per difendere se stessi e per uscire dalla propria posizione minore, resterà inutilizzata, inespressa, non liberata, chiusa e, dunque, repressa dentro di sé. Ciò darà luogo e vita al terzo meccanismo della violenza, quello dell’interiorizzazione.

Infido, passa sotto l’ordito e conduce chi lo prova a ingaggiare una lotta contro se stesso, a sollevare rabbia, svilimento, critica, disapprovazione, dubbio, sospetto, perfidia, non amore contro sé e diventando, così, il proprio più intimo e acerrimo nemico.

Di questo terzo meccanismo, ci ripromettiamo di parlare in un prossimo articolo di approfondimento. Assume le più svariate forme e potrà avere plurimi nomi, quello di “sabotatore interno” o di “strega cattiva”.

Ma a queste altre fiabe di vita vera ci apriremo nei prossimi racconti…

Luciana Giordano
Psicologo clinico e Psicoterapeuta ad indirizzo sistemico-relazionale.