Quando la comunicazione non è nelle parole

Qualche anno fa mi sono ritrovata a lavorare per un servizio di educativa scolastica presso un istituto tra le montagne emiliane. Il luogo distava 50 km da dove abitavo e all’epoca non avevo la macchina, per raggiungere il luogo mi arrangiavo un po’ con i mezzi pubblici (due autobus che mi portavano nel paese un’ora prima dell’inizio delle lezioni) e un po’ tra passaggi e macchina in prestito, purtroppo quest’ultima opzione era troppo onerosa perché la macchina era a benzina.

Il servizio consisteva nel dovermi occupare di un bambino che frequentava la scuola primaria già dall’anno precedente ma che ripeteva la prima perché non aveva raggiunto gli obiettivi minimi, probabilmente, a detta della mia responsabile, solo perché non aveva mai frequentato la scuola dell’infanzia.

Il plesso, più che una scuola, sembrava una vecchia casa di montagna su due piani, comprendeva anche la scuola dell’infanzia, ma in totale i bambini iscritti potevano essere al massimo una quarantina, tant’è vero che avendo solo due iscritti alla terza, li avevano accorpati alla quarta. Le insegnanti erano quattro per la primaria e una per l’infanzia e un’unica collaboratrice scolastica che si distribuiva i compiti fra il primo piano (infanzia) e il secondo (primaria). A dirigere tutto c’era la vicaria, insegnante prevalente di un paesino vicino che aveva iniziato a insegnare quando quella casa era stata adibita a scuola pubblica, quindi da quasi quarant’anni e che da lì non si era più spostata eleggendosi da sola a supervisore di tutto l’edificio e di chiunque vi entrasse.  Il mio arrivo, per lei, non fu affatto piacevole perché ero meridionale. Me lo fece notare fin da subito mettendomi in difficoltà, parlando nel suo dialetto e dicendomi più di una volta che non avrei avuto problemi con il bambino perché era meridionale come me e avrei capito cosa dicesse. In realtà, uno degli ostacoli principali con il bambino era proprio il linguaggio. Apparteneva ad un gruppo di Gipsy che, nelle montagne emiliane, si era mischiato a gruppi calabresi e lui, con le sue difficoltà cognitive, aveva creato una lingua tutta sua che era impossibile da decifrare. Appartenendo ad una comunità così ristretta ed emarginata, il bambino non aveva frequentato la scuola dell’infanzia e anche in primaria, la sua frequenza era molto relativa. Mi ritrovai davanti un bambino non scolarizzato che non sapeva neanche tenere una penna in mano e non riusciva a comunicare, ma fortunatamente aveva occhi grandi e neri che dicevano tutto. Fisicamente dimostrava molto di più dei sui sette anni, era molto più alto dei bambini sia di prima che di seconda e la sua fisionomia facciale lo rendeva quasi un giovane adulto: occhi e capelli neri, carnagione scura in lineamenti molto marcati. I primi giorni, ho operato la mia azione osservativa in classe, dove c’erano solo sei bambini oltre lui. Nessuno dei bambini riusciva a capirlo quando faceva delle richieste, ma spesso e volentieri assumeva degli atteggiamenti divertenti che suscitavano ilarità e, vedendo il successo delle sue azioni, le ripeteva di continuo fino a provocare una generale disattenzione che innervosiva la vecchia insegnante la quale mostrava interesse nei suoi confronti solo in queste occasioni di rimprovero. Infatti, appena il secondo giorno, mi chiese di uscire dall’aula con lui, ma io le dissi che volevo terminare prima la mia fase di osservazione. Questa terminò alla fine della prima settimana, in realtà fu una scelta dovuta dal volere dell’insegnante, in accordo con l’insegnante di sostegno.  

Io arrivavo a scuola prima del bambino e, al suo arrivo, dovevo recarmi in  un’aula solo per noi due. Il mio primo obiettivo era trovare un modo per poterlo capire a farmi capire. Ogni giorno veniva accompagnato da uno dei suoi mille cugini con cui lui era in evidente difficoltà nel comunicare perché riceveva indifferenza, mentre il bimbo era chiaramente arrabbiato, lo si notava dall’atteggiamento ma soprattutto dai suoi occhi molto espressivi. Era già iniziata la scuola da più di un mese, ma la famiglia aveva passato le lunghe ferie estive in Calabria e si era ritirata solo a metà a ottobre. Il bimbo era abituato ancora a giocare con i giochi ipnotici del tablet e ad avere orari scombinati. Quindi, era molto evidente che quando arrivava a scuola, era ancora addormentato. Infatti, la maggior parte delle volte che arrivava in classe, a stento si toglieva la giacca, si sedeva e, appoggiava la testa sulle braccia incrociate sul banco, mentre con calma io gli mostravo delle figure di animali o gli chiedevo di passarmi dei pennarelli di un determinato colore. A sette anni, ancora non riusciva a collegare la parola al colore corrispondente, eppure, nella sua diagnosi, non era citato nessun problema sulla sua memoria. Abbiamo iniziato così, piano piano, pochi esercizi al giorno, era molto difficile poter avere la sua attenzione perché o si addormentava o si chiudeva in un silenzio testardo dopo aver detto mille parole incomprensibili. Probabilmente mi faceva delle richieste, ma purtroppo, ancora non ero riuscita a decifrare il suo linguaggio. Durante la ricreazione, passava il tempo a giocare soprattutto con i più piccoli con cui mostrava un’attenta cura. Con il passar del tempo, mi prefissai di insegnargli almeno qualche parola bisillaba attraverso il disegno (tipo CA-SA, CA-NE, RA-NA, PA-NE, LU-NA, SO-LE, MA-RE), attraverso delle tessere che costruivamo insieme. Disegnavo prima su un foglio una delle parole e gli chiedevo cosa fosse, aspettando la sua risposta che puntualmente era incomprensibile. Poi riproducevo il disegno in piccolo su una tessera e su altre due le sillabe in modo tale da avere una specie di mini puzzle composto da disegno e dalle due sillabe. Con questo sistema, considerando che ci vedevamo 3 volte a settimana, in un mese riuscì a imparare 5 vocaboli. Purtroppo il suo livello cognitivo era molto compromesso e continuava a dimenticare molte parole apprese. Quando lavoravamo tanto, cercavo di premiarlo con attività che a lui piacevano. I primi giorni da soli, avevo provato varie attività per avere il mio catalogo dei desideri da usare all’occorrenza e avevo trovato: colorare, soprattutto con gli acquerelli con cui creò delle bellissime opere d’arte astratta; giocare con la palla che mi fu utile pure per creare un mini-basket in classe e cercare di capire, attraverso l’assegnazione dei punti, se avesse presente il concetto di quantità; infine, un giorno assunse degli atteggiamenti di un personaggio che mi sembrava famigliare, mentre mi indicava il cellulare, fu così bravo ad interpretarlo e a cantarne la canzoncina che capì si riferisse a Mr Bean in versione cartone animato, per questo, alla fine di ogni giornata, mezz’ora prima che andasse a casa, lo premiavo facendogli vedere qualche puntata del cartone sul mio cellulare. Un altro giorno fu lui a farmi scoprire un altro cartone allora in voga e per me sconosciuto. Si agitava per la stanza, mimando delle azioni, diceva parole incomprensibili e urlava “Mashaaaaaa!”, altre parole incomprensibili e poi “Orso!”. Grazie ad altri bambini che frequentavo per lavoro il pomeriggio, scoprì che c’era un cartone che si chiamava Masha e Orso e tra i premi iniziai a fargli vedere anche quel cartone. Era felice quando guardava quei programmi e fu per me occasione di vederlo interagire con me; cercava di spiegarmi le azioni che vedeva e di riprodurle. Non era necessario in quei momenti il linguaggio, la comunicazione era molto evidente e chiara: gli piacevano quei personaggi come Masha e Mr Bean perché combinavano mille disastri provocando ilarità e divertimento e questo era il suo scopo nella sua piccola vita sociale, essere simpatico. Nel frattempo, aveva imparato il suo nome e il mio e, nei giorni a seguire, anche i nomi di tutte le insegnanti e dei suoi compagni. Certe volte non voleva dire alcuni nomi, ma per sua scelta, dimostrando di avere anche delle simpatie e antipatie. Dopo le vacanze di Natale, passarono alcune settimane prima che si ripresentasse a scuola, ma al rientro, era felice di essere in quel luogo e dimostrò di non aver dimenticato nulla, anzi, nei giorni successivi, imparò anche a pronunciare delle frasi essenziali, come “Mi chiamo”, “Posso andare a giocare o al bagno”, ma soprattutto “Vuoi giocare con me”, quest’ultima frase fu una chiave di svolta grazie alla quale riuscì a rapportarsi anche con i bambini della sua età che iniziarono a coinvolgerlo nei giochi durante la ricreazione. Dalla fine di febbraio, fino a Maggio, ultimo mese che frequentò la scuola, riuscimmo a  passare la maggior parte delle nostre ore scolastiche in classe con gli altri, momenti in cui riuscì a migliorare i suoi tempi attentivi e a svolgere anche attività uguali alla classe. 

Tiziana Casertano
Laureata in Scienze dell’educazione con indirizzo multiculturale